Le Frazioni

AVENONE 
Posto a 785 metri, è la frazione che nel corso del secolo scorso ha risentito più delle altre del fenomeno dello spopolamento. L’abitato conserva quasi intatto il proprio patrimonio architettonico, offrendo al visitatore scorci di una certa bellezza, perché risparmiati d interventi troppo devastanti.
La parrocchiale di S. Bartolomeo, costruita nei primi decenni del ‘600, contiene importanti testimonianze dell’intaglio ligneo delle botteghe dei Pialorsi “Boscai” di Levrange e del trentino Baldassarre Vecchi, artefice della imponente soasa dell’altare maggiore con alla base le due coppie di “Mori” che il poeta D’Annunzio avrebbe voluto al Vittoriale.
All’interno della frazione di Avenone si può ammirare Spessio, un piccolo borgo medievale, con le strette stradine ancora lastricate e le case secolari dagli ampi loggiati e dall’architettura pressoché intatta, strette attorno alla seicentesca chiesetta dedicata ai SS. Gaetano e Antonio, dall’artistico portale in pietra locale.

FORNO D'ONO
Frazione di fondovalle posta a 511 metri s.l.m., sorge alla confluenza del torrente Degnone con il suo affluente Glera. E’ sede del Municipio e del Museo della Resistenza e del Folklore valsabbino. La sua storia è più recente rispetto a quella delle altre frazioni, poiché sorta nel 1300 quando la famiglia Alberghino, il cui stemma nobiliare è tuttora leggibile sulla facciata di un’abitazione, decise di sfruttare le acque dei due torrenti per la lavorazione del minerale di ferro.
Di interesse la piccola chiesa parrocchiale di forme barocche che, oltre ad opere di intaglio ligneo delle locali botteghe, ospita un polittico affresco risalente al ‘400, parte superstite della decorazione della primitiva costruzione.

ONO DEGNO
Il borgo medioevale di Ono Degno e la Casa Torre
Si tratta di un nucleo urbano certamente già fiorente nel XIV secolo e arricchitosi di molti elementi durante il successivo.
Lo dimostra la tipologia degli edifici, squadrati con pietre locali, quasi a fortilizio, e ingentiliti poi con ampie pareti a affresco raffiguranti quasi sempre elementi decorativi monocromi con elementi floreali e del mondo animale, frammisti a molti stemmi.
Non si tratta di architettura contadina, ma di dimore della piccola nobiltà rurale e del ceto commerciale, trasformate poi lentamente, a partire dal XVII secolo, in abitazioni contadine con il decadere o il trasferimento altrove delle antiche famiglie. Doveva trattarsi di una nobiltà basata su un retaggio feudale che seppe dedicarsi a partire dalla metà del 1300 alla lavorazione del ferro nella vicina Forno, appositamente creata dalla famiglia Alberghini.
Attorniate da dimore minori, quasi naturale coronamento, si ergono alte due antiche dimore signorili, chiamate “Le Torri”.
Una di queste, la più leggiadra, appariscente, meglio conservata e restituita al primitivo splendore da un recente, scrupoloso intervento di recupero, viene indicata come la prima dimora della nobile famiglia dei Torriani, giunta a Ono con Pagano nel 1235.
Questa famiglia si trasformò poi in quella dei Butturini, che secondo una tradizione comunemente accettata, assunsero il nome da un certo Boturino de Benadusi, vissuto nella seconda metà del 1300. Il nome di Antonio “de Benaduzis de Hono” compare invece in una iscrizione proveniente dalla Casa Torre più severa e ampia, di poco discosta dalla prima. L’iscrizione reca la data del 2 luglio 1373.
Del resto, su una vicina e bella dimora del 1300 due stemmi sintetizzano la storia di questa famiglia che ebbe prima come emblema la torre, per ricordare l’antica origine, e poi quello più recente dei sei monti a piramide con una croce al vertice, usato dai Butturini a partire dal XV secolo e presente anche sulla facciata con decorazioni affrescate di un’altra abitazione posta fra le due torri.
La torre acquisita dal Comune e restaurata si dice sia stata iniziata insieme a altre dimore da Benadusio Torriani nel XIV secolo.
Alta e snella, è architettonicamente semplice, ma con elementi molto significativi. Sulla facciata principale che guarda a valle vi erano in origine sei finestre sovrapposte a due a due, con una sola finestra più piccola al centro all’ultimo piano.
Interessanti le prime quattro: gotiche nella forma, con decorazioni in cotto sotto il davanzale, modulati in bellissimi piccoli archi, molto snelli e gentili, con un motivo che si ripete poi a affresco sotto i cornicioni in cotto leggermente sporgenti, all’altezza del tetto.
Le altre finestre, più piccole, in stile romanico, erano in origine, come pure quelle sottostanti, contornate da una decorazione a affresco a fasce gialle e rosse.
Infatti, la vasta superficie, con spigoli in pietra locale lavorata, venne successivamente intonacata e affrescata, probabilmente nel XV secolo.
Alla base, pur deturpata da due aperture settecentesche per dare luce ai locali del seminterrato a volta, compare una leggiadra loggia a archetti, dove domina il rosso misto all’avorio. Essa fa da supporto alla soprastante decorazione geometrica, molto lineare, ma elegante.
Sugli spigoli e su un arcone ora otturato, compaiono, come pure nel sottotetto dell’altra torre, alcuni “mascheroni” con sembianze di mitici animali o di creature fra l’umano e l’animalesco che rimandano agli elementi decorativi simbolici delle cattedrali gotiche e che, nel loro significato ignoto, costituiscono forse l’elemento distintivo più interessante dei due edifici.
All’interno, prima manomesso, i vasti ambienti originari sono stati restituiti alla loro funzione, benché nulla rimanga delle primitive decorazioni a affresco e dei soffitti lignei decorati. Di questi ultimi sono state recuperate e restaurate otto tavolette lignee ascrivibili alla fine del XIV secolo.

LEVRANGE
Se quasi ogni nucleo abitato delle Pertiche vanta la tradizione di essere sorto originariamente in un luogo diverso da quello attuale e di essersi dovuto spostare in seguito a qualche calamità, per Levrange ciò costituisce un evento della storia recente. Nel 1959, infatti, un autunno di intense piogge causò gravi smottamenti tanto che il paese antico dovette essere completamente abbandonato.
Le vecchie case furono smantellate per costruire quelle nuove e dopo un paio d'anni, in posizione più sicura, non troppo distante dal sito precedente, era già pronto il nuovo paese. Quel che rimane di quello vecchio merita però una visita: salendo dal fondovalle, le uniche poche case non smantellate si parano davanti inaspettatamente, di pietra, grandi, le ante di legno consumato, i finestroni dei solai, le ringhiere intagliate.
L’attuale stradina che si infila nel nucleo era un tempo la via principale del paese; seguendola, dopo il primo gruppetto di case si possono scorgere le fondamenta delle antiche costruzioni, dove oggi sono sistemati orti ben regolati e tenuti.
Proseguendo, si raggiunge la chiesa, rimanenza del paese vecchio, costruita su una muraglia aggettante sul torrente che passa li sotto. Andando avanti, in prossimità del torrente si incontra una grande santella tutta decorata, ma più interessante risulta l’altro lato della valletta, fino alla più antica chiesa, dopo il 1530 ricostruita su una precedente cappella che si dice associata alla presenza in loco dei frati benedettini.
Un ultimo tratto degno di nota è la salita sul dosso soprastante, allo scopo di godere di una veduta della zona nel suo insieme, del paese vecchio e di quello nuovo.
Degna di lode inoltre, una puntata al nuovo abitato offre un paio di opportunità: sulla piazza della chiesa intitolata ai Pialorsi Boscaì, i famosi intagliatori originari di qui, possiamo vedere il monumento ai caduti realizzato da Silvestro Cappa, artista recentemente scomparso, originario di Vestone ma molto presente anche alle Pertiche; inoltre, volgendoci verso nord, possiamo godere di una bella veduta del Monte Tigaldine, coi suoi ghiaioni e il Monte Ario sullo sfondo.