Il "Museo della Resistenza e del Folklore valsabbino

Il Museo è aperto da marzo a fine ottobre, la 1° e la 3° domenica del mese, dalle ore 15.00 alle ore 18.00.

Per info. 0365 82 11 31

L’origine del Museo è la diretta conseguenza di un atto di riconoscenza del professore slavo Dimitrije Paramendic, insegnante, pittore, e scultore.
Egli, salvatosi durante i momenti tragici della seconda guerra mondiale grazie all’aiuto della popolazione della Pertica, ha voluto ricordare la generosità d’animo della nostra gente con la costituzione di un Museo che raccogliesse testimonianze della Resistenza Valsabbina, da lui condivisa dopo la fuga dalla Caserma di Vestone l’8 settembre del 1943.
Così, specialmente dopo il 1970, ha cominciato, con visite periodiche, a riprendere i contatti con la popolazione di Forno, a lui particolarmente cara, ed a intessere rapporti con l’Amministrazione Comunale alla quale andava illustrando la sua intenzione di donare al Comune di Pertica Bassa quadri, sculture, bozzetti, frutto del suo talento e tutti ispirati ad avvenimenti resistenziali.
Nacque così l’idea di costituire un museo subito accettata con entusiasmo dall’Aministrazione Comunale.
Al nucleo originale, curato con intenso amore dal prof. Paramendic, si affiancarono via via oggetti di artigianato locale, attrezzi legati alla vita dei contadini, testimonianze cioè della “cultura” montanara, sino a costituire la sezione del Folklore locale, naturale completamento di quella Resistenza.
Infatti l’aiuto disinteressato, mai calcolato, offerto dalle popolazioni delle nostre montagne ai partigiani e a quanti si trovavano in difficoltà nasceva da una tradizione di valori radicati nella pratica quotidiana ove la solidarietà era particolarmente sentita.
Dopo una preparazione fatta di incontri, di elaborazioni di proposte, si giunge alla inaugurazione della prima raccolta, collocata provvisoriamente in un salone delle scuole elementari, in una splendida mattinata. Era il 15 agosto 1972.
Mancava però all’iniziativa tutta la veste “istituzionale”.
L’Amministrazione Comunale si preoccupò di coinvolgere la Regione Lombardia su un progetto ritenuto significativo per l’intera Valle Sabbia e per la Provincia tutta e ciò perché la raccolta venisse considerata un vero museo.
Il 28 febbraio del 1974 il Consiglio Comunale deliberava l’istituzione del Museo della Resistenza e del Folklore Valsabbino e ne approvava lo statuto – regolamento, secondo le indicazioni regionali.
Il 6 settembre del 1975, con apposita delibera, veniva nominato il primo Comitato di Gestione del Museo.
Furono anni di laboriosa attività, di dibattiti, di ricerca, di ampliamento delle raccolte che andavano da oggetti significativi per perpetuare il ricordo della Resistenza, a testimonianze per la riscoperta delle tradizioni folkloristiche locali, vissute, o meglio rivissute come elemento fondamentale per comprendere il carattere della nostra gente.
Il 30 ottobre del 1977 veniva inaugurata la nuova sede del Museo, razionale, spaziosa, collocata al secondo piano dell’edificio comunale.
Da quel giorno sono trascorsi trent’anni!
In tutto questo tempo il Museo ha significato molto per una comunità così piccola.
È stato ed è tuttora un momento di “unificazione culturale”, una opportunità di riflessione sulla quale si sono misurati molti giovani.
Ora la Regione Lombardia tende a privilegiare strutture più corpose, situate in centri più popolosi.
Nonostante questa tendenza, il Museo della Resistenza e del Folklore Valsabbino continua la sua vita ed affida ai visitatori un messaggio che annoda i fili tra i grandi valori resistenziali e l’autentica vocazione alla fratellanza custodita nelle tradizioni montanare.
E tutto questo quale dono ad una comunità più vasta da parte di paesi che sono stati ridimensionati pesantemente dallo spopolamento e dalle mutate condizioni sociali ed economiche. In particolare il messaggio viene rivolto agli studenti ed ai giovani in generale.

LE RACCOLTE
Ora il Museo possiede una ricca donazione di quadri (in tutto 120) che ritraggono i protagonisti più significativi della Resistenza Valsabbina e che si ispirano a diversi momenti della vita partigiana.
Molte le composizioni pittoriche che mostrano ora in maniera allegorica, ora con accenti più veritieri, il volto della guerra, della violenza ed in particolare quello dei fatti resistenziali valsabbini. Infatti proprio a Pertica Bassa ha avuto i punti di riferimento più sicuri la Brigata “Perlasca” dal nome del sottotenente Giacomo Perlasca (Zenith) fucilato a Brescia il 24 febbraio 1944.
La bellissima Corna Blacca con i suoi anfratti, con i suoi picchi, è stata testimone del sorgere del movimento per la libertà e degli spostamenti notturni dei partigiani. Di grande interesse gli oggetti esposti nelle diverse vetrine che illustrano gli avvenimento più tragici di quegli anni. Per gli studiosi è a disposizione l’epistolario della Brigata, preziosa raccolta di documenti che da sola giustifica una visita al Museo. Dal 1974 ad oggi, il gruppo “Fiamme Verdi” ha contribuito in larga misura all’arricchimento del piccolo Museo con la donazione di diversificate testimonianze di un periodo ove l’ansia di costruire una società più giusta significava mettere a repentaglio quotidianamente la vita.
Il settore Folklore si richiama invece agli aspetti più salienti della civiltà contadina, a quel faticoso rapporto uomo – natura reso meno pesante dall’ingegno e dalla fertile inventiva degli umili montanari.
Così gli oggetti esposti da un lato si rifanno all’urgenza di una praticità quotidiana e per un altro verso sono il risultato tangibile di una propensione spontanea verso l’arte e la poesia.
L’obbiettivo perseguito nel corso degli anni dalla Commissione di Gestione del Museo è stato quello di offrire al visitatore una panoramica quanto mai completa delle attività tipiche dell’economia montana tradizionale. Ecco allora rappresentati attraverso gli attrezzi di uso quotidiano, il lavoro del mandriano, esperto nella lavorazione del latte, del boscaiolo, del falegname, del fabbro, del calzolaio. Particolarmente suggestivo il banchetto da lavoro di quest’ultimo, corredato da decine di utensili d’epoca, di quando cioè anche la produzione delle calzature non avveniva in serie ma era personalizzata.
Molto significativo poi il grande telaio del 1700, perfettamente funzionante e accompagnato da tutti gli strumenti impiegati nella lavorazione della lana, dalla filatura alla tessitura.
Sono tutti documenti testimoni di un’economia autarchica, abituata quindi da sempre a produrre in loco tutto quanto era necessario agli abitanti della montagna. Un’economia, quindi, quella tradizionale che si svolgeva in perfetta simbiosi e nel pieno rispetto dell’ambiente circostante, praticata da uomini non ancora assillati dai ritmi frenetici della vita di oggi.
Non mancano, infine, riferimenti preziosi sia alla vita di tutti i giorni, con complementi di arredo della casa, utensili domestici di vario genere e costumi d’epoca, che all’ambiente architettonico ove tale vita si è svolta, con fotografie degli angoli più caratteristici dei borghi della Pertica ed alcuni affreschi risalenti al 1300 che provengono dalle dimore di importanti famiglie locali, recuperati per sottrarli a sicura distruzione.